Primo Workshop Nazionale Farmaci, Salute e Ambiente: una intrusione non calcolata

(Fonte: PUBBLICATO SULLA RIVISTA IL MEDICO OMEOPATA  ANNO XIV NUMERO 45 NOVEMBRE 2010  PAGG 12,14)

Di Carla De Benedictis – Medico Veterinario

Un bicchiere di comunissima acqua può contenere residui di farmaci tali da renderla dannosa per la salute. Da campioni prelevati presso acquedotti in Italia sono state rilevate presenze di acido clofibrico, un regolatore lipidico, di diazepam ansiolitico, di tilosina antibiotico: un cocktail che può rivelarsi micidiale se si tien conto che finiscono regolarmente nelle acque, come residui di farmaci, antibiotici, ormoni, statine, antidepressivi, antinfiammatori, diuretici, antitumorali, mezzi di contrasto, prodotti di bellezza. Di questo si è parlato nel seminario tenuto lo scorso luglio presso l’Arpat di Firenze ed organizzato dalla Scuola Internazionale Ambiente Salute e Sviluppo sostenibile, riguardante l’impatto ambientale dei residui dei farmaci nel suolo e nelle acque. Erano presenti rappresentanti dell’ISS, Regione Toscana, FNOMCEO,FNOVI, Università di Verona,Farmindustria, Federconsumatori, Ministero della salute. Fin dalle prime battute è venuto in drammatica evidenza che la produzione, il trasporto,l’escrezione dopo l’assunzione e lo smaltimento di farmaci non utilizzati, sta diventando una vera emergenza, anche perché si produce in via parallela una grande quantità di rifiuti difficilmente smaltibili come involucri di plastica e di alluminio. I farmaci assunti vengono escreti con feci ed urine e convogliati nella rete fognaria, ma i depuratori di questa– quando ci sono- non sono adeguati a filtrare le molecole dei farmaci che sono molto piccole e dunque non costituiscono una sufficiente barriera all’inquinamento. Le acque che escono dai depuratori vengono smaltite nei canali di irrigazione, nei fiumi e alcune ,come quelle dell’Arno, riconvertite in acqua da bere. Nelle acque superficiali, sotterranee, marino costiere e oceaniche finiscono farmaci come il chinolone, le tetracicline, i citosossici, gli estrogeni, gli ormoni tiroidei che, come metaboliti attivi, sono stabili e permangono a lungo nell’ambiente. Per contro, alcune molecole estesamente utilizzate come l’Amoxicillina, pur passando attive tra le maglie dei depuratori, essendo poco stabili si degradano e si inattivano velocemente. I farmaci usati per il contrasto per i raggi X, la ciclofosfamide e l’acido clobrifico invece, rimangono persistenti nell’ambiente anche per 21 anni. L’inquinamento delle acque provoca mutazioni genetiche nei pesci e gli effetti che i residui di farmaci hanno sull’uomo si manifestano come resistenza agli antibiotici e allergie, perché sono presenti nell’acqua da bere, e se si calcola che dalle maglie dei depuratori italiani escono dalle 7 alle 14 tonnellate annue di residui di farmaci ad uso umano si ha un’idea della vastità del fenomeno e della conseguente urgenza di provvedimenti ad hoc. Anche perché da questa indagine sono stati trascurati i residui dei farmaci ad uso veterinario, per cui sapendo quante tonnellate di antibiotici e di antiparassitari usa l’industria zootecnica, si raggiungerebbero livelli di inquinamento impressionanti, considerando che il 48% dei farmaci prodotti nella UE è destinato agli animali. Comunque, pur tenendo conto della quantità di farmaci prescritti per le vie ufficiali agli animali degli allevamenti intensivi, dovremmo aggiungere a questa la quota rilevante dei prodotti somministrati in nero e la quota diretta che dalle deiezioni, usate come concime, passano direttamente nel terreno, by- passando i depuratori e penetrando direttamente nel suolo,nelle falde acquifere e quindi contaminando le stesse produzioni agricole. Malgrado ciò, ancora oggi si addita come fonte di inquinamento principale il paziente che assume i farmaci, spesso senza prescrizione e in modo indiscriminato, smaltendoli dopo l’assunzione in modo improprio: nei rifiuti urbani, il 54% o direttamente nei sanitari, il 35,4% . Ne discende l’opportunità che i medici prescrivano i medicinali con maggiore consapevolezza degli effetti derivanti dal loro smaltimento, riducendo innanzi tutto i farmaci potenzialmente dannosi per l’ambiente, chiamati prioritari. I farmaci prioritari per l’ambiente si identificano mediante il calcolo dei carichi ambientali teorici, ottenuti moltiplicando i quantitativi venduti di ogni farmaco per la sua percentuale di metabolizzazione nelle acque di scarico, di laghi e di fiumi. In questo panorama apocalittico, la farmaco-resistenza è già diventata una vera emergenza. Studi appropriati hanno evidenziato che questa avviene con una mutazione genetica dei recettori della mucosa intestinale, e in particolare l’ecosistema microbico intestinale che viene stimolato alla mutazione dall’allattamento artificiale, dall’uso di farmaci e dalla cattiva igiene alimentare. Rilevante è il fatto che non sono le grandi quantità di farmaci che creano problemi, quanto le piccole diluizioni. Anzi più le diluizioni sono infinitesimali, più creano geni di resistenza, attraverso il fenomeno dell’ormesi. Le soluzioni al problema di inquinamento ambientale da farmaci sono diverse: a breve termine la costruzione di depuratori adatti a trattenere le molecole inquinanti; a medio termine una campagna di ecofarmacovigilanza che basandosi su alcuni principi ( prescrizione ,consumo e smaltimento responsabile), coinvolga medico paziente e farmacista con la riduzione delle prescrizioni mediche, e la fabbricazione di confezioni più piccole di farmaci in modo che non vengano sprecati, che non scadano e quindi che non vengano smaltiti in modo improprio. Dai relatori è stata richiesta una particolare attenzione a non creare allarmismo nella popolazione, ma di affrontare il problema prendendo provvedimenti insieme alle case farmaceutiche con programmi a lungo termine per limitare l’inquinamento dell’ambiente, tra cui la strategia della Green Pharmacy, che consiste nel produrre farmaci efficaci e facilmente biodegradabili, attraverso lo studio di nuove sostanze. Largo spazio è stato dedicato dal convegno all’industria farmaceutica, che ha prospettato come soluzione al problema ambientale una Green Industry , peraltro ribadendo il valore occupazionale nel territorio italiano del comparto. Dato il fatturato astronomico del solo omeprazolo, gastroprotettore, che ha fruttato 560 miliardi di lire (dati del 2001), è tuttavia difficile credere che l’industria farmaceutica calmierizzi davvero la sua produzione. Lascia perplessi il fatto che l’apporto degli omeopati al convegno,di grande importanza dal punto di vista della salute pubblica, sia stato ignorato dall’intero dispiegamento di forze che la regione Toscana ha messo in campo con il proprio regolamento sulle MNC. Una tavola rotonda conclusiva del seminario si è caratterizzata per l’assenza di controparti che promuovessero l’etica della salute, l’alimentazione e la medicina omeopatica. Con un doppio intervento fuori dal tavolo di discussione, la sottoscritta rappresentante la Fiamo e il Dott. Battigelli Medico Veterinario per l’U.M.N.C.V., hanno lamentato il mancato invito di una controparte omeopatica ed evidenziato sia il concetto di ormesi che l’applicazione clinica dell’omeopatia nei cavalli, addirittura negli allevamenti intensivi con grandissimo risparmio di farmaci. E’ stato portato l’esempio delle produzioni biologiche che, come da regolamento CEE sono tenute ad usare l’omeopatia con tutto ciò che ne consegue: assenza di residui nell’ambiente, ridotta produzione di rifiuti, assenza di effetti collaterali, basso costo, possibilità di terapie prolungate senza effetti collaterali, alternativa alla farmacoresistenza. Non abbiamo avuto tempo di ascoltare le risposte perché ormai era tardo pomeriggio e il taxi ci aspettava per correre alla stazione. Ci è parso di vedere, dopo il nostro intervento, qualche mandibola crollata dallo stupore o forse da imbarazzo in volti impalliditi e un pò disorientati per l’intromissione non calcolata di due veterinari che hanno fornito la soluzione più semplice, meno dannosa,più efficace e documentata.