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Cavalli al pascolo: vantaggi, problematiche e sostenibilità – Dott.ssa Carla De Benedicitis

cavallo-al-pascoloIl pascolo per il cavallo è una soluzione salutare che consente stare all’ aria aperta, di fare esercizio, di migliorare il benessere e che può diminuire notevolmente la spesa per l’alimentazione.
Per fornire al cavallo un ambiente meno restrittivo e innaturale del box e per ridurre le spese, ora si usa molto dividere i terreni in tanti piccoli appezzamenti chiamati paddock ,forniti di capannine , acqua e divisi tra di loro da recinzione elettrificata .
Quelli che erano prati o pascoli, senza un’ opportuna gestione, diventano in breve tempo terreni desertificati e pieni di piante infestanti.
Spesso si tengono più cavalli di quanto un terreno ne consenta, creando il fenomeno del sovrapascolamento, il calpestìo continuo compatta il terreno, lo rende impermeabile all’acqua per cui diventa fangoso d’inverno e polveroso d’estate, con sviluppo di patologie correlate.
Il motivo per cui i pascoli su cui soggiornano i cavalli sono soggetti a impoverimento sono molteplici. Il cavallo ha la fama di essere un pessimo pascolatore . La conformazione del suo piede con un unico dito e la presenza di incisivi sia superiori che inferiori , danneggiano il colletto della pianta e l’apparato radicale perché calpestano e strappano a raso terra , il modo di pascolare a “spot” , un po’ qua e un po’ là, non consente di sfruttare al massimo le superfici. Considerando poi che il cavallo non mangia più intorno alla zona dove ha sporcato, anche se le feci vengono rimosse, riduce ulteriormente sia la ricrescita delle essenze erbacee sia la zona di pascolo, a favore di piante meno appetibili e infestanti. Quando non c’è più niente da mangiare, vengono attaccati gli alberi e le staccionate, a meno che non si fornisca fieno.
Il pascolo, se ben gestito, non solo permette un notevole risparmio sull’alimentazione, ma soddisfa i bisogni etologici e comportamentali del cavallo, con notevole incremento della sua capacità produttiva in termini di qualità del lavoro.
L’errore che si commette di frequente, è tenere più animali di quanti una superficie possa sopportare. In breve si procura un inquinamento ambientale perché il carico di azoto derivante dalle deiezioni viene assorbito dal terreno e più in profondità

dalle falde acquifere. In questo modo si selezionano alcune specie erbacee non commestibili più resistenti, rispetto ad altre edibili danneggiate dal sovrapascolamento , con perdita di fertilità del terreno. Sulla superficie e in profondità della terra, anche se noi non li vediamo, esistono una miriadi di animaletti che contribuiscono alla sua sopravvivenza, e di questi insetti si nutrono gli uccelli e i piccoli mammiferi terricoli di cui si nutrono i predatori più grandi, in poche parole, se si disertifica la terra, si uccide la biodiversità* .

In questi ultimi anni molta attenzione è riposta sui temi della socialità del cavallo per incrementarne il benessere psico-fisico, sempre più strutture si organizzano per tenere i cavalli in gruppi, con gestione naturale, paddock paradise e metodo barefoot ( scalzo).

Poca attenzione invece è data ai benefici dell’alimentazione fresca pascolata che fornisce energia, mantiene l’intestino in continuo movimento prevenendo le coliche, fornisce un equilibrato apporto di carboidrati e proteine, mantiene l’animale occupato per molte ore evitando l’insorgenza di problemi comportamentali dovuti alla noia, diminuisce l’integrazione con mangimi e pellettati.

Inoltre col pascolamento il cavallo evita di ingerire sabbia, terra e inalare polvere situazione che accade quando viene lasciato il foraggio per terra.

L’impatto ambientale dovuto all’inquinamento dei terreni è aumentato per l’uso improprio di antiparassitari, i vermifughi, somministrati erroneamente in modo preventivo ,che vengono escreti con le feci in forma ancora attiva. Questi prodotti ,tutti a base di Avermectine, sono estremamente tossici per l’ambiente in quanto si legano al terreno e uccidono la microfauna responsabile della fertilità della terra. Attraverso l’apparato radicale i farmaci passano nelle piante e negli ortaggi , (chi pensa di concimare l’orto con lo stabbio di cavallo deve assicurarsi che non abbiano assunto medicine), e hanno una persistenza lunghissima nell’ambiente, si parla di molti anni. Una delle vittime eccellenti di questi farmaci è il lombrico, ma è nociva anche per molti insetti e pesci di acque dolci che sono soggetti a mutazioni genetiche.

Si evince che una gestione tradizionale e intensiva dei cavalli al pascolo può essere causa di inquinamento e forte riduzione di biodiversità.

*La coesistenza in uno stesso ecosistema di diverse specie animali e vegetali che crea un equilibrio

grazie alle loro reciproche relazioni.

Cosa si può fare allora?

L’evoluzione verso una gestione che tenga in equilibrio uomo-animale-ambiente è insita nel concetto di agroecologia. La gestione agroecologica è un vero e proprio sistema di produzione dove il controllo umano è di fondamentale importanza. Spesso si ha la percezione erronea che il ritorno alla natura sia lasciare l’ambiente a sé stesso e gli animali liberi di fare quello che vogliono. Questo è il modo migliore per rovinare un ambiente, perché dove c’è interazione uomo-animale, anche se si possiede un cavallo solo, quell’ambiente sarà molto delicato da gestire, per evitare danni irreversibili alle piante, al sottobosco, al cotico erboso, alla fauna terricola e selvatica e inquinamento delle falde acquifere.

La pratica agroecologica è molto sofisticata e più impegnativa dal punto di vista organizzativo rispetto a quella tradizionale intensiva, perché richiede studio, approfondimento , grande capacità di osservazione e collaborazione tra le varie figure professionali.

Per non rovinare un pascolo bisogna prevedere delle rotazioni e turnazioni. Le rotazioni prevedono un utilizzo del pascolo alternato con altre specie, esempio pecore o bovini, oppure a colture erbacee.

La turnazione è il tempo di sosta in un pascolo di un certo numero di animali.

Nella turnazione dei pascoli si deve tener conto del tempo di permanenza in base al carico animale, alla qualità delle specie erbacee presenti e alla stagione . Il cavallo non può pascolare tutto il giorno come i ruminanti, specialmente in primavera, a causa del suo sistema digestivo che non sopporta grandi fermentazioni, che sono causa di laminite.

La turnazione ha anche il vantaggio sia di permettere la ricrescita delle essenze erbacee e del controllo delle piante infestanti ma anche di mantenere bassa la carica parassitaria, in quanto se le uova schiudono, non trovano l’ospite sensibile. Si può ridurre l’uso di antiparassitari effettuando un monitoraggio dei parassiti e intervenire con antiparassitari mirati che hanno un minor impatto ambientale evitando le molecole a largo spettro, come le Avermectine.

L’uso dell’omeopatia come metodo di cura delle comuni malattie e delle parassitosi, è parte integrante del modello agro-ecologico. I rimedi omeopatici sono sostanze che non lasciano residui nell’ambiente e negli animali, hanno un costo basso e

possono essere somministrate nell’acqua da bere o singolarmente, senza stressare l’animale.

Per attuare un sistema agro-ecologico c’è bisogno di molte figure professionali che interagiscono, come il veterinario esperto in agro-ecologia, l’agronomo, l’allevatore e il personale addetto.

Se si parla di piccole realtà con pochi cavalli, un veterinario esperto in materia può dare avvio al sistema e monitorarlo.

Non dimentichiamoci che, sebbene il cavallo venga usato come animale sportivo, il modo in cui viene gestito nei grandi e piccoli circoli ippici, rientra a pieno titolo nel modello di allevamento intensivo al pari di quello bovino, suino e avicolo, perché rispecchia il concetto di un numero elevato di animali in piccoli spazi, con ricadute sul benessere e sull’ambiente. Anche la persona, adulto o bambino che impara, viene molto condizionata dal sistema intensivo di gestione del cavallo, spesso basato solo sul concetto di uso senza preoccuparsi delle ricadute etiche, di benessere ed ambientali.

L’agroecologia, è un modello sperimentato con successo su specie da reddito e applicabile nel cavallo con opportuni adeguamenti e accorgimenti.

Dr. Carla De Benedictis
Medico Veterinario
Diplomato in Omeopatia e Agopuntura Rocca di Papa (Roma)

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Il cavallo in scuderia: che cosa curare?

Fonte: 30 giorni – il mensile di Fnovi ed Enpav | leggi l’articolo originale (>>)

Articolo della dott.ssa Carla De Benedictis, responsabile Dipartimento Equini SIOV.

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Il cavallo scuderizzato, e particolarmente l’equide sportivo ad alta prestazione, è un animale allevato intensivamente. Quando si parla di cavalli, non si parte mai dall’inizio. Si disquisisce sul loro benessere senza porsi il problema della vita che conducono. Cominciamo allora dalle malattie condizionate dal sistema produttivo. (continua…)

Animal Machine di Dott.ssa De Benedictis – Ufficio stampa SIOV

Si è svolto Sabato 29 e Domenica 30 ottobre a Bologna il congresso nazionale SIOV, Società Italiana di Omeopatia Veterinaria. Diversi i temi trattati: clinica, ricerca repertoriale dei sintomi, casi in video, epistemologia omeopatica. L’ospite straniero Marc Brunson, noto veterinario belga, si è diffuso sulla materia medica omeopatica quale fondamento, insieme alla dottrina, della formazione di un omeopata. L’ippiatria è stato il tema centrale dei lavori della domenica mattina.  Un folto numero di veterinari, fra i quali la dott.ssa Rigonat dell’AUSL di Modena, e la presidente dell’associazione Bucefalo, Lucia Paiano, ha ascoltato la relazione di apertura del dott. Battigelli, L.P. ippiatria di Bologna. Questi , nel presentare l’argomento, ha segnalato come in tempi non sospetti di andazzi” alla moda” l’omeopatia già si occupava di temi ora attuali e condivisi proprio perché sono parte integrante della propria epistemologia. Il ruolo
del veterinario omeopata nel contesto dell’ippiatria non si limita a curare, ma mira ad educare gli operatori a un’etica del comportamento nei confronti del cavallo che potrebbe ridurre e lenire le sofferenze dovute allo stress nell’adattarsi a condizioni molto lontane dalla sua natura.
Il titolo del lavoro affrontato dalla Dott.ssa Carla De Benedictis, medico veterinario a Velletri (Rm), “Animal machine, le tecnopatie del cavallo”, esemplifica le difficoltà dell’applicazione del metodo omeopatico, che ha come condizione la rimozione degli ostacoli alla guarigione. La dott.ssa De Benedictis ha dimostrato come il cavallo sia a tutti gli effetti un animale tecnologico e soffre di malattie condizionate dalla domesticazione e dall’uso troppo precoce, nonché da patologie che si strutturano nei momenti critici di passaggio come svezzamento, doma, allenamento, e fine carriera.
Nonostante i limiti applicativi di una medicina come l’omeopatia, che cura il paziente e non la malattia, molte azioni si possono mettere in atto per migliorare anche parzialmente le condizioni di vita del cavallo. L’approccio integrato più che azioni preventive, ha segnalato la relatrice, prevede una combinazione sostenibile di azioni che cercano di limitare o prevenire i danni dovuti alla farmaco resistenza, all’impatto ambientale, alla sicurezza alimentare ( DPA) . In particolare
il tema del benessere animale non può limitari all’enunciazione di principi ma deve concretizzarsi in azioni mirate a lenire le sofferenze del cavallo durante la sua vita. Si è pertanto enfatizzata la mancanza di movimento per la reclusione coatta all’interno di un box che, come dimostrano i rilievi ambientali fatti in materia ,non risponde ai requisiti minimi massa /volume occupato, in un sistema completamente antifisiologico e responsabile, insieme ad altri fattori, dell’instaurarsi di problemi comportamentali. Particolare attenzione deve essere rivolta, per evitare al cavallo inutili sofferenze, anche
all’acquisto di selle inappropriate, all’ uso scorretto dell’imboccatura che porta a patologie muscolo-scheletriche , alla ferratura specie se correttiva che, se presenti le essenziali condizioni d’ambiente, può essere sostituita da un pareggio naturale. La relazione della dott.ssa De Benedictis si è focalizzata inoltre sull’’esposizione di alcuni casi clinici che illustrano i vari livelli applicativi dell’omeopatia, dal sintomo fisico a una prescrizione più profonda se si ha a disposizione la storia biopatografica del paziente. La relatrice ha infine segnalato che, evitando ricette precostituite , il fine ispiratore del suo lavoro era quello di stimolare una riflessione su “come suscitare motivazioni ed impulsi che
rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta. “ (Alexander Langer).
UFFICIO STAMPA SIOV

L’omeopatia per bistecche sicure

(Fonte: la Stampa.it – costume) | leggi l’articolo originale (>>)

L’Ue vara un programma di medicina non convenzionale: miglioreremo la salute degli animali

MARCO ZATTERIN – CORRISPONDENTE DA BRUXELLES

Un granulo e un’erba medica anche per la mucca e i suoi vitelli, nel nome dell’ambiente e del benessere, loro e nostro. Nell’Ue c’è chi è disposto a scommettere 2 milioni per vedere se funziona, se è possibile intervenire in modo sistematico sulla salute degli animali da allevamento con la medicina non convenzionale, ricorrendo a omeopatia e fitoterapia. «E’ nella logica della risoluzione con cui l’Europarlamento ha invocato in maggio un taglio degli antibiotici negli allevamenti continentali», assicurano la tedesca Ulrike Rodust e il portoghese Luis Capoulas, i socialisti alfieri della proposta che ha scatenato l’ira dei conservatori britannici. Per i quali, è «una pazzia destinata a bruciare soldi».

Il testo è stato approvato in commissione Agricoltura sotto forma di emendamento al Bilancio 2012 e ora attende l’esame della plenaria. Prevede l’avvio di un progetto pilota, con appunto 2 milioni di dote, che coordini la ricerca sui metodi di cura non tradizionali, a partire da omeopatia e fitoterapia. L’approccio vuole essere scientifico, i fondi vanno usati per raccogliere dati e coordinare le esperienze degli Stati membri. Si mira a capire cosa e quanto si può fare per recuperare il tempo perduto «all’europea», visto che – ad esempio – una direttiva del 2007 sui prodotti bio «suggerisce» come approccio prioritario il non convenzionale. Disposizione illuminata che, poiché volontaria, è stata disattesa.

Tutto nasce con gli antibiotici, questione nel mirino delle istituzioni Ue. Quasi la metà di questi farmaci è destinata a uso veterinario e somministrata per scopi curativi. La conseguenza riscontrata frequentemente è la crescente resistenza antimicrobica dei capi. E’ una minaccia per gli allevamenti di bestiame europei che, sottolinea la risoluzione firmata in primavera da Paolo De Castro (Pd), si trasmette all’uomo attraverso gli alimenti, lo rende immune a determinate cure, dunque più debole.

Il non convenzionale si fa largo a fatica. Carla De Benedictis, veterinaria e omeopata, sostiene che l’approccio alternativo «può, certo, essere una componente rilevante nella prevenzione delle malattie animali soprattutto laddove, come nel biologico, l’uso degli antibiotici è vietato come cura preventiva.». A suo avviso l’apertura europea consentirebbe di «uscire da una contraddizione», quella di un invito nel regolamento Cee a ridurre le terapie a base di farmaci tradizionali che in pochi rispettano, perché non si è mai investito nella ricerca nè legittimato il comparto non convenzionale.

Richard Ashworth, euroconservatore inglese, assicura che si tratta di «cavolate» e si affida ad una dichiarazione dell’Associazione veterinaria britannica per la quale «gli effetti dell’omeopatia non sono provati». Paolo De Castro, presidente della Commissione Agri dell’Europarlamento, assicura invece che questa «è certamente una strada da battere, tuttavia non l’unica». Bisognerebbe anche rivedere, suggerisce, «il divieto di uso delle farine animali per polli e pesci». Gli antibiotici sono spesso necessari, ammette, ma è ragionevole ridurne l’uso. L’omeopatia è una carta stimata efficace e possibile con molti nemici per convincere i quali il Parlamento Ue è pronto a investire 2 milioni.